Gli approfondimenti da Bruxelles

per conoscere e capire meglio come il Parlamento Europeo affronta i temi di grande attualità

DISCORSI D’ODIO, HATE SPEECH.

Quando le parole sono crimini da prevenire e combattere

La cyberviolenza ha un impatto sproporzionato su donne e ragazze, per questo è considerata una violenza di genere. Essa include diverse forme di violenza, tra cui l’hatespeech, il cyberstalking, il revenge porn e le molestie sessuali online.

Secondo l’EIGE, la violenza di genere online riguarda una donna su tre, mentre è stimato che una donna su dieci abbia subito una forma di cyber violenza dall’età di 15 anni. In molti casi la cyberviolenza non è altro che il proseguimento della violenza fisica. Tuttavia, anche se la violenza faccia a faccia e le molestie fisiche continuano ad essere le più diffuse, la violenza di genere online sta crescendo a una rapidità preoccupante, complice l’ulteriore impulso impresso dalla pandemia con le relative restrizioni.

Desta particolare preoccupazione la crescente diffusione dell’hate speech sui social media, spesso amplificato dall’uso di algoritmi poco trasparenti da parte delle principali piattaforme.
L’hate speech è una forma di violenza particolarmente subdola, perché l’apparente anonimato conferisce agli aggressori un senso di impunità, portandoli all’uso di un linguaggio più estremo.

Le aggressioni virtuali lasciano un impatto significativo sulle vittime, soprattutto sulle donne più giovani che hanno maggiori probabilità di essere bersaglio di questo genere di violenza.

Secondo il barometro dell’odio di Amnesty relativo alle elezioni europee 2019, il tema dei diritti delle donne scatena discorsi d’odio nel 4,5% dei casi ed è terzo nei discorsi d’odio, dopo i temi relativi a immigrazione e minoranze religiose. La classifica resta invariata se osserviamo il più ampio bacino di commenti offensivi e/o discriminatori: il tema femminile si colloca ancora una volta al terzo posto (36,9%), dopo immigrazione e minoranze religiose. Più di un terzo dei commenti online che tratta il tema donne può essere ricondotto all’hate speech.

La Gender Equality Strategy prevede interventi mirati a prevenire e combattere il fenomeno della cyberviolenza e con essa dell’hate speech. Nel dicembre 2020, la Commissione ha proposto il Digital Services Act (DSA) allo scopo di garantire un ambiente online più sicuro e responsabile. Il DSA migliora significativamente i meccanismi per la rimozione dei contenuti illegali e per l’effettiva protezione dei diritti fondamentali degli utenti online. Si tratta di un rilevante cambio di passo verso una più forte supervisione pubblica delle piattaforme online, in particolare le più grandi, che contano un altissimo numero di utenti in Europa. La proposta prevede una maggiore trasparenza su come le piattaforme online moderano i contenuti pubblicati sui loro servizi e sugli effetti dei loro algoritmi, al contempo responsabilizzando gli utenti.

Il Parlamento europeo ha preso una posizione forte sulla questione della violenza di genere, anche online, e ha ripetutamente chiesto un’azione per prevenirla e combatterla, accogliendo con favore l’intenzione della Commissione di adottare misure a riguardo. Infatti, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, la Presidente Von der Leyen ha confermato che a fine 2021 sarà presentata l’iniziativa di estendere l’elenco dei crimini dell’UE ai sensi dell’articolo 83 del TFUE per coprire tutte le forme di hate speech, in particolare sulla base di razza, religione, genere e sessualità.

Inoltre, come confermato nel discorso sullo stato dell’Unione, nello stesso periodo la Commissione pubblicherà una proposta legislativa per prevenire e combattere la violenza di genere, sia offline che online.

In attesa della proposta della Commissione, le commissioni del Parlamento per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere (FEMM) e per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) stanno preparando un rapporto legislativo di iniziativa con raccomandazioni alla Commissione per includere la violenza di genere tra i crimini di competenza dell’UE (art. 83 TFUE). Le stesse commissioni hanno presentato un ulteriore rapporto di iniziativa più specificamente mirato sulla cyberviolenza, accompagnato da una relazione di valore aggiunto europeo a cura dell’EPRS. Secondo questa relazione, i costi per la società causati dalla cyberviolenza su donne e ragazze si attestano tra i 49 e gli 83 miliardi, una cifra maggiore di reati gravi come la corruzione.

La natura transfrontaliera del fenomeno necessita di essere adeguatamente presa in considerazione. Infatti, la cyberviolenza e l’hate speech sono ormai ampiamente diffusi in tutta l’Unione Europea, ma l’approccio a questi e le loro definizioni variano nei diversi Stati membri. Ciò impedisce, ad oggi, di affrontare il problema in maniera efficace, adottando una linea comune. Una combinazione di misure europee legislative e non legislative costituirebbe, ad oggi, il metodo più efficace per prevenire e combattere la violenza di genere, in particolare la cyberviolenza.

Ti interessa questo argomento?
Scrivimi alessandra.moretti@europarl.europa.eu

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su whatsapp
WhatsApp
contenuto a cura di Alessandra Moretti
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Torna su